Intraprendere una ricerca su Ingmar Bergman prefiggendosi l'individuazione di un itinerario spirituale potrebbe sembrare una scommessa persa in partenza. Bergman è un uomo del Nord, dove il rapporto tra persona e terra è indubbiamente più vincolante di altri per ciò che riguarda il modo di porsi di fronte alla divinità.
Bergman è figlio di un pastore protestante, e dal rigore della sua educazione ha sicuramente ereditato buona parte della propria ispirazione e poetica. Bergman è, come e più di altri, fortemente combattuto tra spinte verso l'alto e violenti attacchi di materialismo: facili da individuare a sé stanti, rendono tutto infinitamente più complicato nel momento in cui si trovano a convivere.
Itinerari spirituali, dunque. Tutto sta a fare chiarezza, per quanto possibile, su cosa si debba intendere per "spirituale". Se il termine, cioè, debba essere necessariamente ricondotto a una matrice religiosa o mistica, oppure se possa anche essere associato all'idea di "interioritàº. Ci aiuta, in questo senso, il fatto che lo spirito, ovverosia la parte dell'uomo non visibile all'occhio, comprende tanto l'anima quanto l'intelletto.
Se conveniamo sul fatto che il compito dello psicanalista e della guida spirituale non possono assolutamente essere confusi o sovrapposti, potremo però convenire su una similitudine (vogliamo chiamarla assonanza?) che ci permetterà di procedere sul cammino.
E' indiscutibile che il cinema di Ingmar Bergman sia angosciante e angosciato, spesso compiaciuto nell'esposizione di casi-limite molto difficili da seguire "dal di dentro", sempre pronto a suscitare dubbi ma raramente a dare risposte. Luminoso, sì, ma di quella luce particolarmente fredda che appartiene al mondo geografico dell'autore: facile a diffondersi, facilissima a essere risucchiata da un buio dal quale la separa una linea sottilissima. Così è l'uomo di Bergman: pronto a partire, incerto su qualunque destinazione diversa dalla morte.
La morte è una presenza immancabile. Ne "Il settimo sigillo" gioca a scacchi con il cavaliere Antonius Block, di ritorno dalle Crociate, una partita dall'esito scontato: è sempre di fronte a lei che si ferma la ricerca di Dio del cavaliere, come l'ultimo ostacolo buio che impedisce la visione della luce. Ne "Il posto delle fragole" è la destinazione ultima del professor Isak Borg, che al termine di un'esistenza condotta in nome dell'egoismo saprà però trovare il coraggio di guardarsi dentro, di confrontarsi con la memoria e con il presente, di aprirsi a qualcosa di simile alla speranza: un film che si apre con un incubo e si chiude con un sogno è indubbiamente un percorso verso la serenità. Ne "La fontana della vergine" è la compagna quotidiana della gente del Medioevo, violento preludio a un'imprevedibile conversione che assume il significato del passaggio a un'epoca nuova. Infine la cosiddetta trilogia del silenzio, che lo stesso Bergman avrebbe poi provveduto a dichiarare inesistente in quanto trilogia non riuscendo però a cancellare gli evidenti punti di contatto. "Come in uno specchio" è la ricerca, più materiale che spirituale, di un Dio che in questi termini non può che apparire lontano e mostruoso. "Luci d'inverno" è la crisi spirituale di un sacerdote provato dalle tragedie quotidiane e costretto a ricercare Dio negli angoli forse più oscuri e sicuramente meno prevedibili.
"Il silenzio", di gran lunga il più simbolico e difficile dei tre, pur non rinunciando a mantenere qualche contatto con la speranza, sembra incamminato sulla via della negazione: a meno che il simbolo dell'acqua e la parola "anima" non rappresentino una rinnovata voglia di ricominciare.Non è difficile riconoscere negli itinerari spirituali di Ingmar Bergman un percorso di sofferenza, d'angoscia e persino di disperazione. Tra un Medioevo dominato dalla paura della morte e del diavolo e una contemporaneità segnata dalla marea montante del materialismo più sfrenato, soltanto la memoria individuale de "Il posto delle fragole" sembra offrire una valida alternativa all'annullamento.
Bergman è tutt'altro che insensibile all'eventualità della presenza del divino, ma come tanti che affrontano il problema sembra più propenso a individuare l'interferenza del buio che la presenza della luce, come dimostra anche la successiva evoluzione della sua opera, sempre più circoscritta ai problemi dell'esistenza umana e sempre meno disposta a sottoscrivere soluzioni trascendenti.
Una cosa certa è che Bergman lascia un'impronta precisa nella storia del cinema, a partire da semplici citazioni sparse. La Morte de "Il settimo sigillo", uscita dallo schermo per magia, dà la caccia a Arnold Schwarzenegger in "Last Action Hero" di John McTiernan (per non parlare dell'amabile sberleffo di Woody Allen nel finale di "Amore e guerra"). Le gemelle de "Il posto delle fragole" ricompaiono nel bellissimo "Una domenica in campagna" di Bertrand Tavernier, in cui l'anziano Ladmiral si avvia verso la morte sul filo della memoria. "La fontana della vergine" subisce un autentico saccheggio pagano ne "L'ultimo treno della notte" di Aldo Lado, che trasforma in semplice vendetta privata il complesso travaglio interiore del protagonista medievale. Tracce della "trilogia del silenzio", infine, si possono rinvenire in "Interiors", il più direttamente bergmaniano dei film di Woody Allen.
La traccia più evidente, tuttavia, va ricercata nel continuo, vivo, variato dibattito che i suoi film sono sempre in grado di suscitare. Potrà essere adesione, rifiuto, amore, rabbia, persino odio: mai indifferenza.
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