SCHEDE FILM

I MAESTRI DEL CINEMA

Sala Esse - giovedì 14 novembre 1995

Le luci della città

Titolo originale

City Lights

Regia

Charles Spencer Chaplin

Nazionalità

USA

Anno

1931

Durata (in minuti)

89

Interpreti

Albert Austin (spazzino/ladro)

Eddie Baker

Henry Bergman (il portiere)

Charlie Chaplin (il vagabondo)

Virginia Cherrill (la fioraia)

James Donnelly

Allan Garcia (il maggiordomo)

Florence Lee (la nonna)

Hank Mann (il pugile)

Harry Mayers (il milionario)

Robert Parrish

John Rand

Stanhope Weatcroft

Soggetto

Charles Spencer Chaplin

Sceneggiatura

Charles Spencer Chaplin

Fotografia

Mark Markblatt

Gordon Pollock

Rollie Totheroh

Musica

Adattamenti di Arthur Johnston

Charles Spencer Chaplin

Montaggio

Charles Spencer Chaplin

Produzione

United Artists

Distribuzione

Dear

Note

Aiuto-registi: Harry Crocker, Henry Bergman,

Albert Austin

Direttore di produzione: Alfred Reeves

La trama

Un povero vagabondo dall'animo sensibile e pieno di generose aspirazioni incontra un giorno una povera ragazza cieca, che vende fiori, e se ne innamora. Essa lo crede un ricco signore. Il vagabondo non può dimenticare la gentile immagine: errando una notte per la città, giunge alla sponda del fiume, dove un ricco signore disperato è sul punto di togliersi la vita. Il vagabondo lo distoglie dall'insano proposito e lo rincuora: i due diventano ottimi amici. Ma il milionario è tanto preso dai suoi affari e dai suoi piaceri che non ha tempo di pensare all'amico e un bel giorno parte per l'Europa. L'affetto, che lega il vagabondo alla cieca, si fa invece sempre più intenso. Un giorno la ragazza s'ammala e il vagabondo si piega a tutti i mestieri per poterle procurare il necessario. Finalmente ritorna il milionario che offre ospitalità al vagabondo e provvede alla cieca i mezzi necessari perché si faccia operare. Alcuni parenti del milionario accusano di furto il vagabondo, che,benché innocente, deve passare dei mesi in carcere. Nel frattempo la ragazza, che ha riacquistato la vista, ha aperto un bel negozio di fiori. Un giorno il vagabondo, uscito di carcere, si ferma dinanzi alla vetrina della fioraia. Questa gli va incontro e a un tratto riconosce in lui l'ignoto benefattore...

Parola di... Charlie Chaplin

A New York un amico m'informò di avere assistito alla sincronizzazione sonora di un film e predisse che in breve essa avrebbe rivoluzionato l'intera industria cinematografica. Io però ero deciso a continuare a fare film muti, perché credevo che ci fosse posto per ogni sorta di svaghi. Inoltre ero praticamente un mimo. Unico nel suo genere e, senza falsa modestia, un maestro. Proseguii pertanto la lavorazione di un altro film muto, "Luci della città".

Era un film muto ideale, e nulla avrebbe potuto impedirmi di realizzarlo. Mi trovavo tuttavia di fronte a vari problemi. Dall'avvento del sonoro, che furoreggiava ormai da tre anni, gli attori avevano quasi disimparato a recitare pantomime. Tutto il loro tempismo se ne andava in chiacchiere e non in azione. Un'altra difficoltà era costituita dal bisogno di trovare una ragazza che potesse sembrare cieca senza che ciò andasse a scapito della sua bellezza. Tante candidate guardavano in su, mostrando il bianco degli occhi: un'esperienza veramente angosciosa. Un giorno vidi una troupe cinematografica al lavoro sulla spiaggia di Santa Monica. C'erano molte belle ragazze in costume da bagno. Una mi saluto con la mano. Si trattava di Virginia Cherrill, che avevo già incontrato altrove. "Quando potrò lavorare per te?" chiese.

Uno dei vantaggi del sonoro consisteva nella possibilità di controllare la musica. Cercai di comporre una musica romantica ed elegante, perché la musica elegante conferiva ai miei film una dimensione emotiva. Questo gli arrangiatori lo capivano di rado. Loro volevano che la musica fosse divertente. Ma io spiegavo che non volevo fare concorrenza alla comicità dell'azione, volevo che la musica fosse un cantrappunto di grazia e delicatezza, che esprimesse il sentimento, senza il quale l'opera d'arte e sempre incompleta.

A Los Angeles, la sera della prima, comparvero i titoli di testa accolti dal solito applauso. Poi cominciò la prima scena. Il cuore mi batteva a precipizio. E il pubblico cominciò a ridere! Le risa dilagarono, trasformandosi in sghignazzate. Li avevo in pugno! Poi accadde una cosa assolutamente incredibile. A un tratto, nel bel mezzo di una risata, il film fu interrotto. Si accesero le luci in sala e da un altoparlante una voce annunciò: "Prima di riprendere la proiezione di questo bellissimo film, permetteteci di rubarvi cinque minuti per segnalarvi i pregi di questo nuovo, elegante teatro". Non credevo ai miei orecchi. Ero furioso. Il pubblico era con me e cominciò a pestare i piedi e a battere le mani mentre l'imbecille continuava a magnificare i pregi del teatro. Occorse un'intera bobina perché le risate riprendessero come prima. Durante la scena finale notai che Einstein si asciugava gli occhi: ennesima riprova che gli scienziati sono degli inguaribili sentimentali.

[da La mia autobiografia di Charlie Chaplin Edizioni Mondadori]

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